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“Tutte le strade portano a Roma”: questo proverbio riflette non solo la realtà geografica, ma anche quella politica del mondo antico. La rete stradale romana, che si estendeva per oltre 400.000 km, fu una delle più grandi conquiste ingegneristiche dell’antichità e fondamentale per la stabilità dell’impero.
La costruzione di strade iniziò nel 312 a.C. con la Via Appia, che collegava Roma a Capua. Il suo iniziatore, il censore Appio Claudio, capì che eserciti e commerci richiedevano percorsi affidabili. Le strade non furono costruite per i carri, ma principalmente per le legioni.
La tecnologia di costruzione era notevolmente sofisticata. Per prima cosa, si scavava una trincea, riempita di pietrisco, poi venivano stesi diversi strati: sabbia, grandi pietre, lastre di basalto o granito. La strada aveva un profilo convesso per drenare l’acqua piovana e cordoli lungo i bordi. Le strade non erano lineari, a scapito del paesaggio: i Romani sapevano come combinare la linearità con il terreno. Costruirono ponti sui fiumi, gallerie attraverso le montagne e argini attraverso le paludi. Molti ponti romani sono ancora in piedi oggi.
Su entrambi i lati delle strade si trovavano pietre miliari: pietre che indicavano la distanza da Roma e il nome dell’imperatore che aveva costruito o riparato la strada. Questa era una forma di propaganda e controllo.

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L’immagine della donna romana nella cultura popolare è spesso ridotta a quella di una matrona passiva, impegnata a tessere e crescere i figli. Tuttavia, la realtà era più complessa. Sebbene le donne romane non godessero di diritti politici, molte godevano di una significativa influenza sociale, istruzione e persino indipendenza economica.
All’inizio della Repubblica, le donne erano soggette alla patria potestas, il potere assoluto del padre o del marito. Ma nel I secolo a.C. la situazione era cambiata. Le donne nobili potevano ereditare proprietà, possedere immobili e gestire attività commerciali.
Ad esempio, Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto, svolse un ruolo chiave in politica. Partecipò alla diplomazia, patrocinò artisti e, secondo alcune voci, influenzò persino la scelta dell’erede. Il suo nome compare su iscrizioni e monete, un onore raro per una donna.
L’istruzione per le ragazze delle classi superiori era la norma. Studiavano grammatica, retorica e greco. Alcune, come la poetessa Sulpicia, lasciarono opere letterarie. Il filosofo Seneca menzionò donne che dibattevano sullo stoicismo.
Le donne romane mantenevano il loro nome e i loro beni nel matrimonio. Il divorzio era comune e non comportava alcuno stigma sociale. Una donna poteva divorziare volontariamente, soprattutto se disponeva di mezzi propri.

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Le Guerre Puniche (264-146 a.C.) furono una serie di tre grandi conflitti tra la Repubblica Romana e Cartagine che determinarono il destino del Mediterraneo per i secoli a venire. Queste guerre furono più di una semplice lotta per il territorio; furono uno scontro tra due civiltà con valori diversi: la militanza romana e la potenza commerciale cartaginese.
Cartagine, fondata dai Fenici in quella che oggi è la Tunisia, controllava le rotte marittime del Mediterraneo occidentale. La sua marina e le sue reti commerciali erano ineguagliabili. Roma, nel frattempo, era una potenza terrestre all’inizio del III secolo a.C., ma stava rapidamente espandendo la sua influenza.
La Prima Guerra Punica (264-241 a.C.) iniziò in Sicilia. Roma, priva di una flotta, copiò la nave cartaginese e creò una potente flotta. Dopo 23 anni di guerra, Cartagine cedette la Sicilia, e poi la Sardegna e la Corsica. La Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.) divenne leggendaria grazie ad Annibale. Compì l’impossibile: attraversò le Alpi con gli elefanti e sconfisse i Romani a Canne (216 a.C.). Ma Roma dimostrò resilienza: invece di arrendersi, mobilitò le sue risorse e alla fine sconfisse Cartagine a Zama.
Dopo la sconfitta, Cartagine fu costretta ad abbandonare la sua marina, il suo esercito e la sua politica estera. Tuttavia, ripristinò rapidamente la sua economia, suscitando l’invidia di Roma. Catone il Vecchio concludeva ogni discorso con la frase: “Cartagine deve essere distrutta!”.

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Per gli antichi Romani, le terme erano molto più di un luogo di igiene. Erano centri sociali dove persone di ogni classe sociale, dai senatori agli schiavi, potevano socializzare, fare esercizio fisico, leggere, condurre affari e persino impegnarsi in discussioni filosofiche. Le terme divennero un simbolo della civiltà romana e della sua ricerca di ordine, comfort e vita comunitaria.
Le prime terme apparvero a Roma nel III secolo a.C., ma il loro vero apogeo fu durante il periodo imperiale. Le più famose, le Terme di Caracalla (216 d.C.) e le Terme di Diocleziano (306 d.C.), occupavano decine di ettari e potevano ospitare fino a 3.000 persone contemporaneamente.
L’architettura delle terme era meticolosamente progettata. Il complesso comprendeva tre sale principali: il frigidarium (freddo), il tepidarium (tiepido) e il callidarium (caldo). C’erano anche palestre (campi sportivi), biblioteche, giardini, negozi e persino teatri.
Il riscaldamento era garantito da un sistema a ipocausto: condotti sotto i pavimenti e nelle pareti facevano circolare l’aria calda proveniente dalle fornaci. Questa meraviglia ingegneristica permetteva di mantenere temperature diverse nelle diverse stanze.

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Prima che Roma diventasse un impero, la penisola italiana era abitata da altri popoli, e tra questi spiccavano gli Etruschi, una civiltà misteriosa e altamente sviluppata che fiorì nell’Italia centrale dall’VIII al I secolo a.C. La loro cultura ebbe un’influenza colossale sulla Roma primitiva, sebbene gli Etruschi stessi rimasero nell’ombra a causa della mancanza di documenti scritti.
Gli Etruschi abitavano la regione che i Romani chiamavano Etruria, ovvero l’attuale Toscana, l’Umbria occidentale e il Lazio settentrionale. Costruirono città collinari e svilupparono la metallurgia, il commercio e la navigazione. I loro artigiani erano rinomati per le statue in bronzo, i gioielli in oro e le ceramiche.
Una delle caratteristiche più sorprendenti degli Etruschi era la loro struttura sociale. Le donne nella società etrusca godevano di uno status insolitamente elevato: partecipavano ai banchetti alla pari degli uomini, avevano diritti di proprietà ed erano menzionate per nome nelle lapidi, a differenza delle donne greche o romane dell’epoca.
La religione etrusca era estremamente complessa. Credevano che il mondo fosse governato da divinità, i cui voleri potevano essere interpretati attraverso presagi: fulmini, volo degli uccelli, viscere degli animali sacrificali. Esisteva persino una casta speciale di sacerdoti, gli aruspici, addestrati nella “scienza dei presagi”.

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